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L’incastellamento nell’area delle colline Erniche

L’incastellamento è stato una rivoluzione su diversi piani: demografico, economico, politico, geografico, edilizio-abitativo, e così via. Il concentramento della popolazione, che i signori territoriali promossero, a partire, all’incirca, dal X secolo, ha cause remote ed effetti visibili ancora oggi. Le cause vanno ascritte all’esigenza di difendersi dagli effetti negativi degli ultimi spostamenti di popolazioni (saraceni, ungari, normanni) ed anche a quella di disporre di manodopera per sfruttare meglio i territori, aumentando la sicurezza delle persone e dei gruppi ma anche le risorse, in specie quelle alimentari. Le conseguenze maggiormente visibili sono oggi sotto gli occhi di tutti: l’esistenza di numerosi abitati di sommità posti appunto sopra colli o ai fianchi di montagne (elemento che caratterizza la geografia dell’insediamento di molte regioni europee), la destinazione agricola del territorio che ha subito vaste modificazioni (in molti luoghi rimane l’impianto medioevale), la costruzione di appositi edifici per la difesa, i castelli, di lunghi apparati murari e di edifici sacri e profani. Tutte cose che ancor oggi arricchiscono il patrimonio grazie ai numerosi “bianchi fiori” (edifici costruiti colla pietra calcarea) che fiorirono un po’ dappertutto.
Anche l’area delle colline erniche, quella zona della antica provincia pontificia di Campagna che va da Veroli a Ceprano ed è delimitata dai fiumi Liri e Sacco, ha subito questo processo di trasformazione territoriale e demografico. La conseguenza prima è il sorgere di quei castelli-abitati (Arnara, Boville Ernica, Monte San Giovanni Campano, Pofi, Ripi, Torrice, Strangolagalli, Veroli, ed anche Castro dei Volsci e Ceccano, per il ruolo politico svolto, il primo quale castellanìa della Chiesa, il secondo perché sede della signoria omonima) che sono evidentissimi ancor oggi perché posti sulla cima delle colline. Oltre a questi però ne sono sorti altri, spesso in posizione eminente, ma che non hanno avuto fortuna, come Montenero (nel territorio di Castro dei Volsci) e Carpino-Carpinio (oggi i resti stanno nell’ambito di Strangolagalli) e Canneto (nel territorio di Monte San Giovanni Campano); di altri conosciamo il solo nome (Castel Nuovo, Roiani) ma non sappiamo se mai giunsero a compimento. Le fonti verolane ci fanno intendere una cosa che l’osservazione del territorio rende manifesta: tutta l’area delle colline erniche è percorsa da una fitta rete di insediamenti, che, assieme alla presenza umana sparsa nei casali o in luoghi reconditi, fa di questa una zona densamente abitata. E tale caratteristica comporta diverse cose: un eccessivo disboscamento (che si fermerà solo in età contemporanea colla pratica scomparsa delle foreste e dei grandi boschi), il rimodellamento antropico degli habitat con la formazione di aree a sfruttamento agricolo che segue un modello piuttosto fisso nel Medioevo e che si indirizza verso l’arboreto in età moderna (anche per l’affermarsi di un contratto agrario particolare: il cosiddetto patto colonico verolano, che mirava a rivestire di alberi e di specie vegetali fruttifere il territorio). Se attorno alle cinte urbane, spesse volte cresciute una e due volte, si trovano le zone ortive e quelle delle coltivazioni intensive, sulle aree di scollinamento si vanno a collocare le coltivazioni protette, rappresentate dalla vigna o dai vignali. Sotto, nelle aree pianeggianti, si addensano le terre assoggettate all’aratro, e quindi le coltivazioni dei diversi cereali, mentre le zone umide ospitano le coltivazioni delle piante industriali, come il lino e la canapa, e, se l’area è molto ricca di acque, vi esistono acquitrini ed anche paludi. I boschi, i pascoli e le aree poco coltivabili completano un paesaggio agrario che, mutatis mutandis, ancora si ritrova fino ai nostri giorni.
I centri urbani, sorti rapidamente grazie al massiccio uso del legno, piano piano si dotano di cinte murarie o di una cintura protettiva fatta di case-torri, di un castello residenza signorile, di chiese, sovente una delle quali è castrale ed una seconda plebana, di edifici sempre più complessi ed elevati: in più di un abitato si notano case-torri anche urbane. Tutto questo grazie all’uso delle pietre locali, il calcare ed il tufo, anche in forza di maestranze del posto ed esterne (i maestri comacini e gli architetti cistercensi).
Il territorio circostante i villaggi, i castra, non è del tutto vuoto; non solo ci sono le popolazioni rurali, spesso in miseri tuguri di paglia o di legno, ma esistono strutture costruite in vera e propria muratura. Sono chiese, torri, mulini, recinti con case e impianti produttivi che danno l’impressione di un popolamento ancora sparso. Certamente questi edifici servono ai proprietari, ma sono in costante rapporto col villaggio o coi villaggi vicini. I mulini servono gli abitanti dei castra poiché nei villaggi non c’è acqua sufficiente per muovere le macine (in questa zona pare che sia sorto l’unico mulino a vento dell’intero Lazio, ma non sappiamo se è veramente medioevale). Sovente questi mulini sono inclusi in recinti dove esistono sistemi produttivi agricoli e sono protetti da una torre. Le torri stesse, oltre a difendere le aziende agricole e i mulini, svolgono una funzione semaforica e quindi si relazionano con gli abitati e le loro torri. Le chiese, magari antichissime, spesso anteriori ai villaggi-castra, oltre a servire la popolazione sparsa, in diversi casi diventano santuari di larga venerazione a cui si va ad impetrare la grazia per essere risanati o per pregare assistenza per i tanti problemi della vita. Alcune chiese appartengono alle reti benedettine e sovente svolgono la funzione di ostello; oppure sono a loro volta piccoli, microscopici, monasteri, collocati su percorsi di transumanza o di collegamento con aree più lontane. A questi cenobi si deve l’incremento agricolo oltre che l’assistenza spirituale alle plebi contadine.
Il concentramento della popolazione ha fatto il miracolo: la zona è di nuovo popolata e piano piano si arriva quasi a saturare il territorio; l’esplosione demografica del XII-XIII secolo ha alle spalle il fenomeno dell’amassandum hominum, dell’incastellamento.
Si è venuto così a formare un paesaggio unico e caratteristico per i suoi insediamenti urbani e rurali, per la forma del paesaggio agrario, per la sua viabilità (ancora si trovano tracce di antiche percorrenze), per le caratteristiche degli edifici; insomma un unicum da godere e da conservare.

Gioacchino Giammaria

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